Amicoqua

IL MUSEO DELLA LIBERAZIONE CHIUDERA’ I BATTENTI?

Luglio 3, 2008 · Nessun Commento

A volte capita che vengano approvate leggi e provvedimenti che passano sotto silenzio e vengono ignorati dalla maggior parte dell’opinione pubblica, ma che, a causa della loro genericità e della molteplicità di situazioni cui fanno riferimento, contengono delle implicazioni dai risvolti inquietanti ed imprevedibili, la cui gravità si evince solo a fatto compiuto.

E’ quanto accadrà al Museo storico della Liberazione di Via Tasso, con sede nell’edificio che fu prigione della Gestapo a Roma, che tra circa 60 giorni non esisterà più e verrà sostituito da un organo ministeriale.

Infatti, l’articolo 26 del Decreto Legge 25 giugno 2008, n. 112, emanato dal Ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, prevede che, entro 60 giorni, vengano soppressi gli enti pubblici non economici con organico inferiore a 50 persone: tra questi rientrerebbe anche il Museo della Liberazione.

Il paradosso: per ragioni di economia, viene sciolto un ente il cui funzionamento si basa sul lavoro volontario, dato che il Museo grava sul bilancio dello Stato solo per un contributo ordinario di circa 51000 € annui previsti per legge e per il trattamento economico dell’unico dipendente comandato (dei 2 previsti) e si sostiene quasi per intero grazie al lavoro di collaboratori volontari o remunerati occasionalmente. E’ da sottolineare che il Museo, in dieci anni ha più che raddoppiato i suoi visitatori e allargato la sua visibilità (la stazione metro Manzoni è contraddistinta con la segnalazione del Museo) e, oltre a rappresentare un significativo luogo della memoria di enorme valore storico e culturale (recentemente è stato invitato a partecipare al coordinamento internazionale dei luoghi della memoria e della coscienza),  è presente nei principali cataloghi e guide del turismo culturale mondiale. Proprio la sua autonomia è stata a garanzia della flessibilità che gli ha permesso di essere ad un tempo all’interno di una rete di relazioni istituzionali interne e internazionali, dall’altro di entrare in relazione con scuole associazioni, gruppi, centri di studio e di ricerca italiani, europei e di altri paesi.

Sarà in grado l’opposizione parlamentare, in sede di conversione in legge del Decreto Brunetta, di presentare un emendamento finalizzato a salvare il Museo, simbolo della lotta del popolo italiano contro il nazifascismo? O dovremo assistere, impotenti, all’eliminazione di un significativo riferimento ai valori fondanti della Repubblica e della Costituzione?

Per ulteriori informazioni sul Museo, www.viatasso.eu

 

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Dov’è finito il cuore della gente?

Giugno 20, 2008 · Nessun Commento

 

 

“…Sono scesa alla stazione Tuscolana e finalmente è pulita, senza mendicanti e zingari. Grazie Alemanno, continua nel tuo lavoro di riportare Roma a essere una città bella, civile e sicura.”

Quel che colpisce nel messaggio di questa lettrice, pubblicato su D-news del 19/06, è il riferimento ai mendicanti. Se l’autrice avesse circoscritto il suo senso di liberazione ai soli zingari, probabilmente non starei a scriverne, abituato mio malgrado al clima pesante di questi tempi.

Lei non parla genericamente di zingari che, è vero, spesso “indulgono” anche nell’accattonaggio. Cosa, questa,  comunque diversa dal mendicare.

Lei (ma quanti come lei?) distingue gli zingari dai mendicanti, da coloro, cioè, che vivono (o sopravvivono) di elemosina.

Da quanto tempo non sentivo pronunciare queste parole? Mendicante, elemosina… Parole che evocano valori di carità, compassione, altruismo, che identificano vite difficili in un mondo sempre più difficile.

Ma che fine hanno fatto, dove sono finiti il cuore, la ragione, l’anima della gente?

Di questa moltitudine indistinta, spaventata dalle e delle sue stesse paure, dimentica di un passato recente che ancora sa di emigrazione, guerre, lotte per diritti politici e civili, avvinghiata all’oggi e diffidente del futuro. Una società globale e chiusa al tempo stesso.

Secondo la Banca d’Italia, le spese per le comunicazioni (cellulari e tv) sono aumentate vertiginosamente, un po’ meno quelle per le vacanze. Per contro diminuiscono quelle per vestiario e alimentazione (ma i bambini italiani sono i più obesi d’Europa!). Libri e giornali crollano. Fotografia della stupidità dilagante.

E ancora: bullismo in ascesa, diffuso ormai anche tra i bambini delle elementari. A tre anni, sotto gli occhi compiaciuti di genitori in crisi di identità, i nostri rampolli maneggiano sofisticati videogiochi e telecomandi con notevole disinvoltura. Pochi anni in più e il loro dialogo col prossimo avviene per chat e sms. A vent’anni scrivono “tal volta” e non sanno chi è Voltaire e che l’AIDS fa ancora vittime.

Obbedienti alle sirene del mercato affollano i centri commerciali, le nuove agorà. O la versione moderna  del mondo dei balocchi senza Mangiafuoco. Dove c’è di tutto e tutto è bello, colorato, pulito e ordinato. Con atletici addetti alla vigilanza vestiti simil-Armani e commesse carine che ti danno del lei e non sbiascicano stereotipi al sapore di peppermint.

Un mondo accogliente, rassicurante e protettivo come una mamma della pubblicità che le mamme cercano di emulare come possono, con la loro vita di corsa, i mariti malati di giovanilismo, una gioventù andata con tutti i suoi sogni.

Insomma, una società affetta da bulimia, che tutto divora e tutto vomita, senza curarsi nemmeno di dove lo fa. Incosciente, ignorante, inconsapevole, indifferente persino alle raccomandazioni del Vaticano. Il cardinale Tettamanzi ha detto: insegnate ai vostri figli a salutare. Cedere il posto, dare la precedenza, fare un piacere, aiuta a rendere più vivibili le nostre città. Parole sante affidate allo smog. Magari il suo Capo, prima di parlare del degrado di Roma, poteva anche decidere di pagare l’ICI sul quell’oltre 30% di beni immobili sparsi per la città…

Una somma di individui, non di individualità solidali, decisi a sentirsi società solo quando si avverte come minaccia la presenza di chi non è ancora omologato. E senza nemmeno fare niente affinché si omologhi!

Invocando sicurezza, si obbedisce alle sollecitazioni del Grande Fratello. E chissenefrega se il GF è un maneggione della peggior specie. E’ simpatico, ricco e paraculo: perché non imitarlo?

Si desiderano servizi efficienti, si agognano liberalizzazioni, si invidiano altre nazioni europee, si invoca persino giustizia, stando però ben ficcati dentro al corporativismo più gretto, pronti a saltare sul carro vincente del momento. Il vecchio detto “Francia o Spagna purché se magna” rimane sempre valido.

Mettere in crisi questo sistema significa però, e forse soprattutto, mettere in discussione anche se stessi. Ghandi diceva: cambia te stesso come vorresti che cambiasse il mondo. Chissà, forse è anche per questo che la sinistra non vince. Perché di questo mondo, in fin dei conti, siamo tutti un po’ succubi, vittime, schiavi. In parte complici. (Fabio Lazzaroni)

A proposito, il Servizio Studi del Senato ha pubblicato  un dossier sulle regole in materia di immigrazione in Francia, Germania, Spagna e Regno Unito:http://www.senato.it/documenti/repository/studi/Dossier_015.pdf

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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PD: rinnovare la politica, ripartire dal territorio

Maggio 30, 2008 · Nessun Commento

Ad un mese esatto dal responso elettorale, il tema dell’incontro organizzato dal PD del IV° Municipio presso il teatro “Insieme per Fare” non poteva che essere: Rinnovare la politica, ripartire dal territorio. Ma il segno che in casa PD la sconfitta elettorale non sia ancora del tutto metabolizzata, è stato dato dal tono e dal contenuto dei numerosi interventi dei militanti, in gran parte dedicati proprio alle cause della sconfitta. Giusto se, al di là della “bravura” degli avversari, si vogliono comprendere a fondo le sue cause. Controproducente se ci si attorciglia in questa ricerca senza cominciare a guardare al da farsi.

Dando per scontata l’analisi del voto nazionale, il grosso del dibattito si è incentrato sull’esito del Comune e dei Municipi. La scelta di Rutelli, il confronto con il risultato di Zingaretti, la selezione e la scelta dei candidati ad ogni livello avvenuta non sempre attraverso un aperto e chiaro confronto nel partito, l’effetto trascinamento del voto nazionale improntato sui temi della sicurezza, sono stati i motivi più ricorrenti. Ma non sono mancate indicazioni più crude ed autocritiche rispetto al cosiddetto “modello Roma”, riassunte con molta chiarezza da Massimiliano Valeriani. Secondo il riconfermato consigliere comunale, il percorso del modello Roma si è inceppato, non riuscendo a dare risposte sufficienti alle esigenze dei cittadini. Esigenze stimolate proprio da quanto di buono avevano fatto le precedenti amministrazioni rispetto all’eredità lasciata dai vari Carraro, Giubilo e Sardella. Insomma, una serie di aspettative andate deluse man mano che il degrado, la pulizia e tutto quel che ruota attorno al fenomeno dell’immigrazione e della legalità si manifestavano con maggiore intensità. A proposito del voto delle periferie, peccato che l’analisi non ne abbia approfondito le cause dovute anche alla vistosa espansione urbanistica che molte di queste hanno conosciuto.

Grande attenzione comunque e grande voglia di ripartire. Ma come? Mario Ciarla, presidente del PD romano, Marco Palumbo, neoconsigliere provinciale e Alfredo D’Antimi, nuovo capogruppo in Municipio, non nascondono le difficoltà ma nemmeno tutte le potenzialità che lo “stile” politico inaugurato dal PD contiene. Nonostante la sconfitta, il consenso al partito è stato comunque lusinghiero e forte è la spinta di partecipazione a tutti i livelli decisionali da parte della base. Dote non trascurabile di cui loft e caminetti vari dovranno tener conto. A differenza dell’esperienza Storace in Regione, la nuova amministrazione sembra muoversi con più accortezza nella ricerca di intelligenze esterne, anche se le prime mosse lasciano trasparire forti limiti nelle capacità effettive di governo. I nodi della demagogia caciarona della campagna elettorale già cominciano a venire al pettine. In questo si possono aprire ampi spazi di iniziativa politica, tanto più se legata agli esiti di una politica nazionale che, con il federalismo fiscale e i tagli all’ICI, metterà in crisi le finanze locali, svelando altresì il bluff sui presunti vantaggi a favore dei cittadini. Tanto da fare, insomma, cominciando col ritrovare da subito un vero legame col territorio che una certa abitudine al potere aveva attenuato. Un legame che sappia ascoltare ma anche indirizzare verso un’idea di futuro in cui una società, per essere davvero funzionale, deve anche essere solidale, civile, pulita, onesta.  (Fabio Lazzaroni) 

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PD, il buon senso del no al nucleare

Maggio 23, 2008 · Nessun Commento

Dopo le prime mosse del governo su legalità, immigrazione ed economia, ecco l’annuncio del ritorno al nucleare. Un altro delicato banco di prova per il Partito Democratico che, rispetto ai temi dell’energia, dovrà dimostrare tutta la plausibilità del suo “rottamare il petrolio”. Si, proprio plausibilità, perché solo coniugando ad una idea di futuro sostenibile proposte chiare e fattibili, credibili e condivisibili, potrà contare su un largo consenso della società così da condizionare, e magari mutare, gli attuali equilibri parlamentari.

In poche parole il PD deve diventare al più presto un vero e proprio partito di massa, non solo virtuale ma tanto radicato nel territorio quanto ramificato in tutti gli ambiti dell’idealità e della progettualità politica. Unico modo per contrastare un sistema dell’informazione sempre più univoco ed omologato.

E, se vorrà e ne sarà capace, a dargli una mano potrebbe essere paradossalmente proprio questo nuovo clima politico improntato al dialogo e allo scambio di ragionevolezze.

Perché gli slogan da soli bastano fino a un certo punto, poi conta la sostanza. E la sostanza consiste, dati alla mano, nel dimostrare quanto sia scellerato il ritorno al nucleare. Perché con quell’enormità di denaro necessario per realizzarlo si può finanziare in alternativa e da subito un intero programma per le energie pulite e rinnovabili, con la medesima resa energetica e in tempi senz’altro inferiori. Perché le fonti alternative creano più occupazione. Perché non si considerano i costi per lo smaltimento delle scorie e tantomeno il loro impatto ambientale. Perché non si tiene conto che alla forte sismicità del nostro territorio si accompagna un sempre più diffuso dissesto idrogeologico. Perché la logica dei megaimpianti non paga più nemmeno in termini di sicurezza militare. Perché l’Italia è il paese delle lenzuola stese ogni cento metri e a nulla varranno ipotetiche distanze di sicurezza. Perché quel resto del mondo sempre portato a modello da inseguire ha scelto e sta scegliendo ben altre opzioni.

Ma per compiere questa doverosa impresa, il PD dovrà sciogliere al più presto diverse contraddizioni. Primo, guardandosi da certi portatori (mal)sani di nuclearismo camuffati da benefattrici sirene progressiste che allignano al suo interno. Secondo, recuperando il dialogo con il popolo della sinistra che sarà pure privo di rappresentanza ma non è affatto scomparso. Non so se ce la farà da solo e solo grazie a chi, al suo interno, condivide le mie opinioni. Toccherà anche alla sinistra ecologista darsi da fare perché questa è materia propria del suo DNA, perché deve trovare assolutamente una sponda istituzionale, perché nel frattempo avrà metabolizzato la sconfitta e compreso che la politica non è fatta di soli slogan, pure giusti, ma anche dalla difficile arte della gradualità paziente che, di questi tempi, è più che mai necessaria virtù lungimirante.

(Fabio Lazzaroni)

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Rifiuti: meglio farne meno che smaltirne troppi

Maggio 22, 2008 · Nessun Commento

Il primo avvertimento della Commissione europea per la mancata adozione da parte della Regione Lazio del piano di gestione dei rifiuti è partito (scheda in basso). E non è un bel segnale. O forse si, dipende. Non lo è perché di fatto ratifica un’assenza di scelte strategiche che si trascina da troppo tempo e che rischia di gettare il Lazio nell’emergenza. Segnale positivo, invece, perché ora, finalmente, una decisione concreta dovrà pur essere presa.

Nei giorni scorsi si è parlato di un piano (http://roma.repubblica.it/dettaglio/Lazio-emergenza-rifiuti-il-piano-segreto-della Regione/1460100) basato sul completamento per settembre del termovalorizzatore di Malagrotta, la realizzazione di altri tre entro il 2013 e la piena attuazione della raccolta differenziata, attualmente al 12%, valutando la sperimentazione porta a porta in corso a Colli Aniene, Decima e Massimina  (http://www.amaroma.it/racc_diff.htm).

I siti per smaltire e trattare i rifiuti (http://www.amaroma.it/presentazione3.htm) presenti nell’area metropolitana non sono più sufficienti. La sola Roma produce ben 4.500 tonnellate al giorno di rifiuti che finiscono per lo più nella inquinante, pluriprorogata e contestatissima (http://it.youtube.com/watch?v=FPqYz7fyIzo) discarica di Malagrotta, la più grande d’Europa (http://roma.repubblica.it/dettaglio/Malagrotta-maglia-nera-dItalia/1417750).

Se per la differenziata il consenso è generale, per i termovalorizzatori lo è meno e non solo per il no della sinistra ecologista. Qualche distinguo, anche se alla fine poco influirà sulle decisioni finali, potrebbe venire dal PD, stretto tra il promuovere il suo ambientalismo del fare, il timore di una rottura delle sue alleanze locali e un centrodestra più che cosciente di avere la partita in mano. Ma alla stragrande maggioranza degli elettori certi calcoli politici interessano poco. Molto meno qualunquisticamente di quanto si pensi e molto più concretamente credo ritenga che un termovalorizzatore sia comunque più conveniente della tradizionale discarica. Semmai la vera sfida culturale e ambientale è riuscire a produrre meno rifiuti.  

(Fabio Lazzaroni)

 

Scheda

L’art. 228 del Trattato CE, stabilisce che dopo due avvertimenti la Commissione europea può deferire uno Stato membro alla Corte di giustizia e chiedere che gli vengano inflitte ammende per non aver dato piena esecuzione ad una precedente sentenza della Corte stessa.

Nel giugno 2007, con la sentenza pronunciata nella causa C-82/06 a seguito di un ricorso della Commissione, la Corte di giustizia aveva già condannato l’Italia per assenza dei piani di gestione dei rifiuti in alcune regioni e province. Piani obbligatori secondo la direttiva quadro sui rifiuti 2006/12/CE e la direttiva 91/689/CEE sui rifiuti pericolosi.

Successivamente l’Italia ha adottato i piani di gestione per le regioni e province interessate ma non per il Lazio. E quando questa regione ha adottato il suo Piano Rifiuti era ormai troppo tardi e la Commissione non ha potuto che avviare il procedimento di infrazione.

 

Contrari ai termovalorizzatori

Rete Nazionale Rifiuti Zero

http://www.rrrlazio.it/ATTIVITA/19_maggio.pdf

Rifondazione Comunista

http://leformicherosse.altervista.org/index.php?mod=read&id=1192562915

 

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Tocci: una speranza nel Pd.

Maggio 19, 2008 · Nessun Commento

Con questo articolo Tocci ha rappresentato per me, critico iscritto al partito democratico, una speranza. Chissà che non lo sia per qualcun’altro.

La lezione di Roma
Walter Tocci

Le vicende di cui ha parlato la trasmissione Report possono essere chiarite fin nei dettagli, come sta avvenendo. Una cosa, però, ci tengo a dire: in questi 15 anni le scelte urbanistiche sono state in mano a persone per bene e impegnate a riformare la città, che hanno sempre lavorato per l’interesse generale, sia facendo bene sia sbagliando. E ciò vale per tutti i settori delle nostre amministrazioni la cui dignità è stata sempre integra. Queste polemiche, però, non devono impedirci una riflessione critica. In passato sull’indirizzo urbanistico ho espresso in varie sedi forti riserve, anche se attenuate dalla lealtà verso una comune responsabilità di governo. Dopo la sconfitta però siamo tutti più liberi nell’analisi e nella proposta.

A mio parere non siamo riusciti a modificare la tendenza di fondo che ha dominato lo sviluppo territoriale per l’intero secolo. Si è continuato ad espandere la città nell’agro romano costruendo tanti quartieri isolati tra loro e sempre più lontani dal centro. In 15 anni quasi tutte le nuove edificazioni sono state collocate a ridosso e oltre il Gra, in un territorio già devastato dall’abusivismo e privo di robuste strutture urbane. Ciò ha appesantito la vita quotidiana dei cittadini, sia di quelli che già vi abitavano sia dei nuovi venuti, e ha aumentato il pendolarismo tra una periferia sempre più lontana e i luoghi centrali di lavoro, fino a produrre l’ingorgo permanente sulle consolari. Ciò che banalmente viene chiamato “disagio delle periferie” scaturisce da processi strutturali. Questo dicono i risultati del voto: perdiamo nei municipi all’esterno del Gra, cioè proprio nei vecchi baluardi del centrosinistra.

Molti cittadini, soprattutto giovani, non sono riusciti più a pagare gli altri prezzi di acquisto o di affitto e, in mancanza di politiche di edilizia pubblica abbandonate in Italia ormai da venti anni, sono stati costretti a trasferirsi nell’hinterland. Circa 300 mila persone hanno lasciato i quartieri interni dotati di servizi e di trasporti per andare a vivere in zone che ne erano sprovviste e nelle quali sarà molto più costoso realizzarli. La nostra politica urbanistica non ha contrastato questi processi, anzi li ha assecondati e addirittura li ha proiettati verso il futuro con il nuovo piano regolatore, che persevera nella logica espansiva. Non potrebbe essere altrimenti: è basato sui residui di cubatura del piano precedente, pensato nei primi anni 60 per una città di 5 milioni di abitanti. Si è molto enfatizzato il taglio apportato alle vecchie previsioni edificatorie, operazione certamente lodevole - bisognerà vigilare che non venga messa in discussione da Alemanno - ma meramente quantitativa, che non ha modificato la dinamica urbana, poiché le cubature residue comunque appartengono a quella logica espansiva e quindi continuano a provocare insediamenti sparsi nella campagna. Sono state chiamate centralità ma tendono ad essere i soliti quartieri satelliti addossati a grandi centri commerciali e comportano inevitabilmente basse densità abitative sulla grande scala, il trasporto pubblico li serve male e a costi elevati. Il ché peggiora il traffico: allunga gli spostamenti casa lavoro e opo la sconfitta sono venuti a galla i nostri difetti: troppa sicumera, troppo sentirsi classe dirigente, troppo Modello Roma, un’autodefinizione imposta ai fatti. Dire abbiamo perso perché è cambiato il vento non è una soluzione al problema, lo sposta solo un po’ più in là; perché allora non siamo riusciti a costruire un edificio tanto solido da resistere anche al cambiamento del vento? Dei meriti del quindicennio abbiamo detto tante cose vere che ormai fanno parte del patrimonio della città. Ora però dobbiamo svolgerne anche un’analisi critica, soprattutto noi che abbiamo avuto responsabilità di governo, mettendone sotto esame tutti gli aspetti: l’amministrazione e le aziende, la mobilità, i servizi pubblici, la sicurezza, perfino la cultura e certo anche l’urbanistica.

Aumenta la dipendenza dall’auto. Si è risposto allungando oltre il Gra le previsioni dei tracciati delle metropolitane, proprio mentre l’amministrazione è meritoriamente impegnata a sanare il vecchio deficit costruendo le metropolitane per la città esistente. Achille rischia di non raggiungere la tartaruga se mentre recuperiamo il ritardo del secolo passato creiamo nuovi insediamenti che aumentano il deficit infrastrutturale. Far discendere da immodificabili localizzazioni di aree fabbricabili l’esigenza di allungare le linee del trasporto è stato un errore. Si è parlato di priorità del ferro, ma è il suo esatto contrario, è la subordinazione dei trasporti alla localizzazione di cubature come variabile indipendente dello sviluppo urbano. Infatti, quasi preso da un senso di colpa a posteriori il piano stabilisce che non si possono attuare le edificazioni senza i necessari trasporti, ma si doveva evitare a monte che nascesse l’esigenza di nuove infrastrutture.

Ciò era possibile seguendo un approccio alternativo: non partire dai residui del piano del ’62, anzi spostare quelle vecchie previsioni espansive, concentrandole sulle stazioni del trasporto esistenti e già in costruzione - quindi senza creare nuovi deficit infrastrutturali - soprattutto quelle interne, per riportare le residenze nella città consolidata. Questo sì, sarebbe stato un piano basato sulla priorità del ferro, in quanto avrebbe scelto i nodi della rete come i luoghi di più intensa trasformazione a discapito di tutti gli altri. Si doveva quindi indirizzare lo sviluppo all’interno della città dove esistono molti margini di trasformazione. Roma è infatti quasi vuota, su una superficie grande come quella di Parigi ha un terzo degli abitanti, anche se ciò è difficilmente percepibile dal senso comune a causa del disordine urbanistico cha ha lasciato zone abbandonate e altre eccessivamente ingolfate. Bisognava operare con grandi progetti di recupero residenziale, anche demolendo parti della cattiva edilizia degli anni Cinquanta. Certo, sarebbe stata una trasformazione complessa, sia nella tecnica sia nella politica, ma solo questa rottura della logica espansiva novecentesca avrebbe davvero meritato l’attributo di nuovo piano del Duemila.

Va però riconosciuto a merito del piano approvato l’aver stabilito le regole per tale trasformazione dei tessuti esistenti e l’aver individuato, attraverso la condivisione dei cittadini, le centralità dei quartieri consolidati, quelle sì davvero utili. Non a caso negli anni passati le cose migliori sono state realizzate nella città esistente mediante gli interventi pubblici, basta vedere come è migliorato l’Ostiense con la nuova università. Gli investimenti privati, invece, sono come l’acqua e vanno dove trovano la strada. Solo bloccando la strada in discesa per l’espansione si possono trovare le energie per la strada più irta della trasformazione interna.

Si è sostenuto che questa svolta non era possibile perché in conflitto con i diritti edificatori dei proprietari delle aree esterne, ma è un argomento inconsistente. Proprio l’innovazione teorica del piano era basata sullo strumento della compensazione finalizzato a spostare una cubatura da una parte all’altra, senza turbare i diritti edificatori, i quali peraltro possono essere modificati proprio quando si fa pianificazione generale. Comunque, anche volendo evitare contenziosi, purtroppo sempre possibili a causa della debole legislazione sui suoli, la compensazione avrebbe consentito di delocalizzare le cubature esterne verso le aree più interne prossime alle stazioni, le quali oltretutto sono spesso di proprietà pubblica.

Invece lo strumento è stato usato nel modo peggiore verso l’espansione: lo conferma perfino la meritoria cancellazione dell’edificazione di Tor Marancia, che ha salvato uno splendido paesaggio a ridosso dell’Appia Antica, ma a prezzo del trasferimento nell’hinterland di più del doppio della cubatura prevista, aggravando così in futuro la mobilità e i servizi. Ciò si è ripetuto in molti altri casi, è prevalso infatti un compromesso al ribasso tra la vecchia domanda di costruire a prescindere dalla qualità localizzativa e la povertà della cultura ambientalista italiana, che capisce solo la tutela della singola area, senza neppure accorgersi dei guasti ambientali prodotti da una struttura urbana mal fatta. Così, gli ambientalisti hanno gioito per i tagli e costruttori per i residui, ma nessuno si è occupato della qualità del sistema, cioè lo scopo di un vero piano urbanistico. Un malinteso sviluppismo e un malinteso ambientalismo hanno deformato il progetto della struttura urbana. Sarebbe stato meglio interrogarsi su questi problemi quando i nostri consensi superavano il 60%. Allora però le analisi critiche erano tabù.

Non è solo un problema romano. È franata la cultura urbanistica italiana negli ultimi venti anni, non solo come disciplina, ma soprattutto come consapevole pratica politica. Usiamo ancora i loro nomi storici - Roma, Milano, Napoli, Palermo - ma sono ormai oggetti geografici di forma e scala completamente diversi dal passato. Senza alcun governo dei processi sono diventate galassie metropolitane, ingestibili pulviscoli di case sparse, capannoni pseudoindustriali, uffici in vetrocemento, centri commerciali e orribili viadotti. Lo sprawl della città contemporanea globalizzata, connotata soprattutto dall’uso dell’auto. In Europa è una tendenza contrastata con il progetto urbanistico, mentre noi abbiamo assunto pedissequamente il modello americano della città infinita, sovrapponendola ai centri storici più delicati del mondo. Con gravi effetti macroeconomici: se rifacessimo i conti del Pil nazionale dell’ultimo decennio sottraendo le voci della febbre immobiliare scopriremmo anche nelle statistiche ufficiali un paese depresso, molto più simile alla percezione del senso comune. A sproposito si parla di mercato: quando un proprietario rivende un’area a un prezzo dieci volte superiore a quello d’acquisto, senza alcun rischio di impresa, si appropria semplicemente di una ricchezza prodotta dalle decisioni pubbliche. Così le rendite sottraggono risorse alla produzione. Perché mai un imprenditore dovrebbe imbarcarsi in complesse innovazioni tecnologiche se può ottenere molto di più acquistando un immobile al momento giusto? Poi arrivano i furbetti del quartierino che tentano la scalata ai salotti buoni del capitalismo italiano e ai loro giornali e allora la politica si accorge del problema, più per gli effetti che per le cause. Avete mai sentito un politico di centrosinistra negli ultimi venti anni andare in tv a parlare di rendita urbana? Avete mai letto in un nostro programma elettorale un accenno alla regolazione della rendita immobiliare? Si è discusso fino all’accanimento della rendita dei Bot, ma non di quella ben più consistente del mattone.

L’urbanistica è una brutta bestia, quando si prendono le decisioni importanti appaiono avvolte in un tecnicismo che allontana, poi a distanza di tempo ci si accorge che lì erano in gioco cose ben più rilevanti di tanti bla-bla televisivi. La crisi della cultura urbana mette in evidenza l’incapacità della politica di governare i tempi lunghi. La nuova politica deve tornare a pensare il futuro della principale risorsa italiana, della città e dei suoi abitanti.

Pubblicato da L’Unità il: 18.05.08

Grazie Walter.

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Quel meraviglioso ‘68 - riflessioni e racconti

Maggio 15, 2008 · Nessun Commento

Il grande portone di scuola era sbarrato da una ventina di gesucristi mai visti prima che, tenendosi stretti sottobraccio, urlavano slogan contro la scuola borghese.

Alle loro spalle la faccia contratta del preside, quella più perfida che mai della mia prof di matematica e il sorriso bonariamente preoccupato del portiere.

Sorpreso da quell’inattesa novità indugiai un pò tra i capannelli degli studenti cercando di capire meglio che aria tirasse. Poi, vinto dal senso del dovere che l’umiltà dignitosa dei miei genitori mi avevano inculcato, mi avviai guardingo verso l’ingresso con la speranza di trovare un possibile varco. Ma quando nell’androne vidi fare il saluto romano da quei pochi che erano riusciti ad entrare me ne tornai indietro schifato. Benché ancora non capissi granché di politica, quel gesto lo detestavo in maniera viscerale e con quelli là non volevo avere proprio nulla a che fare.

Tra i numerosi, ferrei, principi dei miei l’antifascismo è uno di quelli che in seguito si salvò dalla mia personalissima e acerrima contestazione nei loro confronti. Anche se, durante i nostri frequenti scontri verbali, non mancai di accusarli proprio di quello per cui ancora oggi gli sono infinitamente grato. Ma questo è un altro discorso.

Dunque, per i miei amici non si doveva entrare e così mi ritrovai a dover sciogliere il primo “che fare?” politico della mia vita: giocare a pallone a Colle Oppio, la bisca o andare a vedere la manifestazione studentesca al Colosseo. Ma siccome i ruvidi pantaloni verde bottiglia a vita alta (orribili a ripensarci) che mia madre mi aveva appena cucito non erano certo il massimo per emulare Peirò e, per giunta, non c’avevo nemmeno una lira per il flipper, decisi con Alberto per la terza ipotesi.

Man mano che ci avvicinavamo alla piazzetta da dove avremmo guardato dall’alto il raduno, il frastuono che da lì proveniva ci veniva incontro sempre più forte.

Una brulicante moltitudine di giovani apparve sotto i nostri occhi stupiti. Alcuni gruppi scandivano slogan il cui ritmo era accompagnato da una coreografia di pugni chiusi agitati verso il cielo, come se le parole fossero invisibili sassi scagliati contro un nemico celato dalle nuvole grigie. Bandiere rosse sbucavano qui e là e dall’alto sembravano oblunghi papaveri scossi da brevi folate di vento, mentre lunghi striscioni serpeggiavano alla ricerca di uno spazio in cui tendersi. Proprio sotto di noi, a presidiare l‘ingresso della metro, gli unici a star fermi, immobili, erano i celerini allineati come soldatini di piombo o birilli dipinti di grigioverde.

Scendemmo rapidi per le scalette tra le siepi di oleandri e ci ritrovammo lì in mezzo, incuriositi, straniti, inconsapevoli, attratti e affascinati, diffidenti e intimoriti al tempo stesso.

Seguendo le indicazioni impartite attraverso megafoni gracchianti (“cordoni, cordoni, compagni fate i cordoni”), alcuni studenti si tenevano per mano dando forma a strane strisce ondivaghe.

E accadde che, d’improvviso, da una di quelle strisce di giovani gioiosamente incazzati si protese verso di me un affascinante lembo in cappottino rosso con il colletto di pelliccia nera: una ragazza mora, certo più grande di me, due occhi meravigliosamente e fervidamente luminosi e una bocca carnosa che chiamandomi “compagno” mi rivolse un perentorio invito affinché le dessi la mano per comporre uno di questi benedetti cordoni.

In una mano tenevo i libri stretti da un elasticone rosso sul quale si spandeva la scritta “forza Roma” e nell’altra l’ombrello nero di mio padre. In un baleno risolvetti il mio secondo “che fare?” politico: affidai l’ombrello al suo destino,  congiunsi la mia mano alla sua e il freddo di quel mattino svanì d’incanto in quella parzialissima unione.

Nel frattempo Alberto era sparito. Ma in quel momento di estasi cosa poteva importarmi di lui?

Beato e intontito avanzai incespicando per l’emozione e perché di sottecchi non smettevo di ammirare la fanciulla al mio fianco. Procedevo in silenzio rimuginando sul come poterle domandare il nome senza tradire il mio stato d’animo mentre tutto attorno nulla era silenzio. Che fossi imbranato era una delle mie poche certezze che da allora, di tanto in tanto,  continuano a tenermi compagnia.

Poco dopo aver imboccato Via dei Fori i cordoni cominciarono a sciogliersi e le file dei manifestanti ad allentarsi. Anche alla mia toccò la medesima inesorabile e triste sorte.

Infatti d’un tratto, senza alcun preavviso, come se la mia fosse solo una presenza immateriale, la mano della ragazza scivolò via appresso alla sua figura snella e agile che andò a farsi avvolgere da un corpaccione barbuto che la nascose per sempre alla mia vista.

Rallentai fino a fermarmi, nello stesso arco di tempo che la delusione impiegò per restituire al mio incarnato l’abituale pallore. Presi a cercare tra quelle che mi venivano incontro una faccia conosciuta che mi sradicasse dal senso di abbandono in cui ero precipitato.

Quella faccia non tardò a palesarsi. Era quella di Alberto che avanzava allegro assieme a certi del quinto anno del nostro istituto. Mi unii a loro e dalla mia gola fuoriuscì un liberatorio grido di dolore e di rabbia che prontamente camuffai in uno slogan lanciato un istante prima da qualcuno alle mie spalle.

E fu così che a quindici anni, in quel freddo e grigio mattino del 1968, mossi i miei primi e incerti passi dentro una storia che non sapevo avrebbe cambiato il mondo. E me.

 

Fabio Lazzaroni

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Le mele marce dei ROM

Maggio 15, 2008 · Nessun Commento

Merita di essere letto con attenzione l’articolo di fondo pubblicato giovedì scorso su “Avvenire”, l’organo ufficiale della CEI.

Titolo: Aiutare i ROM a isolare le mele marce.

http://edicola.avvenire.it/eebrowser/frame/3_0f.ver.fin.enc.arch/dual/sectIndex.htm#

Già, sembra facile. Tanto più nel clima che è andato via via montando durante la campagna elettorale e che nei prossimi giorni troverà la sponda nei primi decreti del governo.

Quel che stupisce nell’articolo non è la proposta, pure interessante, citata nel titolo e nemmeno i propositi che poi auspica, altrettanto condivisibili. Piuttosto, stupisce e sconforta l’assenza di un minimo accenno di autocritica rispetto a tutto il non detto riguardo coloro che hanno contribuito pesantemente a far lievitare questo clima in cui la lotta alla cosiddetta illegalità tende sempre più a confondersi con il razzismo più sfacciato. Mi riferisco a tutti quei politici che amano definirsi cattolici e, anche, a taluni alti prelati che non disdegnano la loro compagnia ed ai quali hanno dato incondizionato appoggio.

Certo, non è nella storia e nell’etichetta vaticana mettere in piazza le proprie divisioni interne. Figurarsi sbatterle in prima pagina proprio sul suo principale organo di informazione! Ma se davvero esiste un certo disagio, quanto è accaduto prima e quanto accade oggi avrebbe dovuto produrre un atteggiamento più risolutamente vicino al messaggio cristiano.  Il fatto che così non sia andata è davvero un gran brutto segno.

Colpisce nell’articolo il riferimento al ruolo che dovrebbe avere la scuola. Quale, quella privata e perciò a pagamento in mano al Vaticano? O quella pubblica sempre più priva di fondi, con insegnanti insufficienti e demotivati, tutta protesa a formare generazioni sempre più compatibili con questo sistema e sempre più indifferente al bisogno di insegnamenti umanistici?

Come stupirsi dell’attuale disagio giovanile se anche la scuola ha perso la sua influenza positiva?

Aiutare i Rom a isolare le mele marce va bene. Ma poi che alternative è in grado di offrire una società così intrisa di indifferenza? Temo che qualcuno sia arrivato con un certo ritardo…

Ma ormai la situazione è quella che è. Perciò per conseguire al meglio questo obiettivo, per impedire che la degenerazione continui a diffondersi, bisogna con pazienza rafforzare il più possibile il confronto, anche critico, e il dialogo proprio col mondo cattolico affinché il messaggio positivo di cui è portatore abbia la meglio su chi si limita a clonarlo per ben altri scopi. 

Fabio Lazzaroni

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Dialogo interreligioso

Maggio 13, 2008 · Nessun Commento

Un gran parlare, oggi, del dialogo interreligioso non foss’altro perché dopo secoli di monopolio cristiano nell’Occidente, ci sono intorno a noi, e sempre più numerosi, uomini e donne di altre religioni con le quali entriamo continuamente in relazione, nel bene e nel male.

E dunque, che senso dobbiamo dare a questo fenomeno?

Intanto, vanno precisati i termini: credo che tutti convengano sul fatto che con “dialogo” si intende una comunicazione tra l’Uno e l’Altro che avvenga nella piena parità di dignità e con il riconoscimento reciproco di essere portatori di valori. Questa è una condizione assoluta. Quando poi il dialogo riguarda i valori fondanti, le questioni ultime dell’uomo, la “verità”, la “salvezza”, si parla di dialogo interreligioso. In questo ambito, se non si è disposti ad accogliere la verità che gli altri portano e offrono, il dialogo è solo apparenza e non scambio che comunica vita.

Fermo tutto ciò, come ci poniamo di fronte a questa tematica?

Per l’ateo forse la questione non ha rilevanza e forse non merita nemmeno attenzione se non per gli aspetti puramente culturali che permeano comunque l’incontro tra religioni diverse.

Per la Chiesa Cattolica, invece, è un vero problema. Quando si è abituati da secoli a sentirsi depositari della Verità, con la A maiuscola, quando fin dal Concilio di Firenze (1431-1443) si è decretato che “fuori della Chiesa” nessuno si salva, quando con “evangelizzazione” si intende il convertire gli altri alla propria fede magari con la violenza (si pensi alle conquiste coloniali dei cristiani Paesi europei nel mondo), come si fa ad instaurare con un vero dialogo con le altre religioni? E’ vero, il Concilio Vaticano II ha riconosciuto che anche le altre religioni possono essere portatrici di un messaggio salvifico ma solamente come realizzazione imperfetta di un cristianesimo latente ed inespresso. La Chiesa non è ideologicamente attrezzata per il dialogo interreligioso. Ha perso la capacità che avevano i primi cristiani di parlare in un linguaggio che tutti gli altri popoli capivano (Atti degli Apostoli, cap 2). Non è in grado di rendersi conto che l’incompiutezza dei valori evangelici imputata alle altre religioni è una realtà che sta anche dentro le proprie tradizioni.

E per il laico? Paradossalmente è proprio la laicità la chiave di volta per un dialogo interreligioso fecondo ed efficace. Solo essendo laici, se pure credenti, si può concepire la propria religione come una strada, tra le tante possibili, che conducono alla piena realizzazione dell’uomo; solo da laici si può chiedere alle religioni, a tutte le religioni, di spogliarsi delle ideologie e di contribuire ad affrontare gli immensi problemi che si pongono oggi più che mai all’umanità, la pace, la salvaguardia del creato, l’equa ridistribuzione dei beni e delle risorse della Terra.

Solo chi è libero dai paramenti religiosi può incontrare il suo Dio nel Dio degli altri.

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W.Veltroni, come perdere in tre mosse.

Maggio 8, 2008 · Nessun Commento

A novembre 2007  la CDL aveva raggiunto il punto più basso, la “spallata” era fallita, Fini, Casini e Berlusconi avevano litigato, la Casa della libertà non esisteva più…

Ma a questo punto entra in scena Veltroni, uscito vincitore dalle primarie del 15 ottobre (come candidato unico) e (come prima mossa) il 30 novembre incontra proprio Berlusconi con cui raggiunge un’intesa “segreta” (provocando la gelosia dei partiti minori dell’Unione, che si vedono messi in discussione) e accelerando la fine del traballante governo Prodi, che cade il 21 febbraio.

 

Ma Walter vede vicina la vittoria e “corre da solo”, dando vita ad una melassa indistinta che va dalla Binetti ai radicali, dall’industriale veneto all’operaio. Così facendo, e senza prendere un sol voto moderato, dissangua Rifondazione riuscendo a fare quello che nemmeno la CIA era riuscita in sessant’anni, far sparire completamente dalla scena politica il partito comunista e il partito socialista. Del resto, il suo programma-fotocopia di quello del PDL non convince assolutamente gli elettori e alle elezioni del 14 aprile Berlusconi vince alla grande.

 

Manca solo una pennellata per completare il trittico, il “modello Roma”, ovvero il modello del sacco urbanistico della città nelle mani dei costruttori, da affidare al fedele Rutelli come staffetta. Ma Ahimè, la manovra del passaggio di testimone non riesce e Veltroni finisce per consegnare la città alla destra in un piatto d’argento.

 

Pazienza. E senza troppi rimpianti per questa sinistra che ha governato male!

(Luigi Cherubini)

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