Amicoqua

Quel meraviglioso ‘68 – riflessioni e racconti

Maggio 15, 2008 · Lascia un Commento

Il grande portone di scuola era sbarrato da una ventina di gesucristi mai visti prima che, tenendosi stretti sottobraccio, urlavano slogan contro la scuola borghese.

Alle loro spalle la faccia contratta del preside, quella più perfida che mai della mia prof di matematica e il sorriso bonariamente preoccupato del portiere.

Sorpreso da quell’inattesa novità indugiai un pò tra i capannelli degli studenti cercando di capire meglio che aria tirasse. Poi, vinto dal senso del dovere che l’umiltà dignitosa dei miei genitori mi avevano inculcato, mi avviai guardingo verso l’ingresso con la speranza di trovare un possibile varco. Ma quando nell’androne vidi fare il saluto romano da quei pochi che erano riusciti ad entrare me ne tornai indietro schifato. Benché ancora non capissi granché di politica, quel gesto lo detestavo in maniera viscerale e con quelli là non volevo avere proprio nulla a che fare.

Tra i numerosi, ferrei, principi dei miei l’antifascismo è uno di quelli che in seguito si salvò dalla mia personalissima e acerrima contestazione nei loro confronti. Anche se, durante i nostri frequenti scontri verbali, non mancai di accusarli proprio di quello per cui ancora oggi gli sono infinitamente grato. Ma questo è un altro discorso.

Dunque, per i miei amici non si doveva entrare e così mi ritrovai a dover sciogliere il primo “che fare?” politico della mia vita: giocare a pallone a Colle Oppio, la bisca o andare a vedere la manifestazione studentesca al Colosseo. Ma siccome i ruvidi pantaloni verde bottiglia a vita alta (orribili a ripensarci) che mia madre mi aveva appena cucito non erano certo il massimo per emulare Peirò e, per giunta, non c’avevo nemmeno una lira per il flipper, decisi con Alberto per la terza ipotesi.

Man mano che ci avvicinavamo alla piazzetta da dove avremmo guardato dall’alto il raduno, il frastuono che da lì proveniva ci veniva incontro sempre più forte.

Una brulicante moltitudine di giovani apparve sotto i nostri occhi stupiti. Alcuni gruppi scandivano slogan il cui ritmo era accompagnato da una coreografia di pugni chiusi agitati verso il cielo, come se le parole fossero invisibili sassi scagliati contro un nemico celato dalle nuvole grigie. Bandiere rosse sbucavano qui e là e dall’alto sembravano oblunghi papaveri scossi da brevi folate di vento, mentre lunghi striscioni serpeggiavano alla ricerca di uno spazio in cui tendersi. Proprio sotto di noi, a presidiare l‘ingresso della metro, gli unici a star fermi, immobili, erano i celerini allineati come soldatini di piombo o birilli dipinti di grigioverde.

Scendemmo rapidi per le scalette tra le siepi di oleandri e ci ritrovammo lì in mezzo, incuriositi, straniti, inconsapevoli, attratti e affascinati, diffidenti e intimoriti al tempo stesso.

Seguendo le indicazioni impartite attraverso megafoni gracchianti (“cordoni, cordoni, compagni fate i cordoni”), alcuni studenti si tenevano per mano dando forma a strane strisce ondivaghe.

E accadde che, d’improvviso, da una di quelle strisce di giovani gioiosamente incazzati si protese verso di me un affascinante lembo in cappottino rosso con il colletto di pelliccia nera: una ragazza mora, certo più grande di me, due occhi meravigliosamente e fervidamente luminosi e una bocca carnosa che chiamandomi “compagno” mi rivolse un perentorio invito affinché le dessi la mano per comporre uno di questi benedetti cordoni.

In una mano tenevo i libri stretti da un elasticone rosso sul quale si spandeva la scritta “forza Roma” e nell’altra l’ombrello nero di mio padre. In un baleno risolvetti il mio secondo “che fare?” politico: affidai l’ombrello al suo destino,  congiunsi la mia mano alla sua e il freddo di quel mattino svanì d’incanto in quella parzialissima unione.

Nel frattempo Alberto era sparito. Ma in quel momento di estasi cosa poteva importarmi di lui?

Beato e intontito avanzai incespicando per l’emozione e perché di sottecchi non smettevo di ammirare la fanciulla al mio fianco. Procedevo in silenzio rimuginando sul come poterle domandare il nome senza tradire il mio stato d’animo mentre tutto attorno nulla era silenzio. Che fossi imbranato era una delle mie poche certezze che da allora, di tanto in tanto,  continuano a tenermi compagnia.

Poco dopo aver imboccato Via dei Fori i cordoni cominciarono a sciogliersi e le file dei manifestanti ad allentarsi. Anche alla mia toccò la medesima inesorabile e triste sorte.

Infatti d’un tratto, senza alcun preavviso, come se la mia fosse solo una presenza immateriale, la mano della ragazza scivolò via appresso alla sua figura snella e agile che andò a farsi avvolgere da un corpaccione barbuto che la nascose per sempre alla mia vista.

Rallentai fino a fermarmi, nello stesso arco di tempo che la delusione impiegò per restituire al mio incarnato l’abituale pallore. Presi a cercare tra quelle che mi venivano incontro una faccia conosciuta che mi sradicasse dal senso di abbandono in cui ero precipitato.

Quella faccia non tardò a palesarsi. Era quella di Alberto che avanzava allegro assieme a certi del quinto anno del nostro istituto. Mi unii a loro e dalla mia gola fuoriuscì un liberatorio grido di dolore e di rabbia che prontamente camuffai in uno slogan lanciato un istante prima da qualcuno alle mie spalle.

E fu così che a quindici anni, in quel freddo e grigio mattino del 1968, mossi i miei primi e incerti passi dentro una storia che non sapevo avrebbe cambiato il mondo. E me.

 

Fabio Lazzaroni

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