Altra fuga radioattiva nella Francia Meridionale. Dopo la centrale di Tricastin, ad essere coinvolto stavolta è l’impianto di Romans-sur-Isere sempre nella Francia meridionale.
Oltre ai lanci delle agenzie, a darne risalto sono tutti i giornali on-line. Chissà, qualcuno ha cominciato a porsi qualche domanda non solo sul nucleare ma anche sulla sua funzione di giornalista. Ma per la prova conviene aspettare domani, quando toccherà alla carta stampata. Comunque non facciamoci troppe illusioni.
Infatti, quasi tutti gli organi di informazione riportano senza alcun commento quanto dichiarato dall’Autorithy francese per la sicurezza nucleare e cioè che le acque contaminate sono fuoriuscite “senza impatto sull’ambiente”.
Questa è bella! Cosa c’è al di fuori di una centrale, il nulla? Pensare di darla a bere potrà pure essere comprensibile ma non certo giustificabile. Tanto più se da bere ci sono acque radioattive. (18/07/08 – Fabio Lazzaroni)
Da Repubblica.it
http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/ambiente/francia-blocco-centrale/nuova-fuga/nuova-fuga.html
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Dopo le prime mosse del governo su legalità, immigrazione ed economia, ecco l’annuncio del ritorno al nucleare. Un altro delicato banco di prova per il Partito Democratico che, rispetto ai temi dell’energia, dovrà dimostrare tutta la plausibilità del suo “rottamare il petrolio”. Si, proprio plausibilità, perché solo coniugando ad una idea di futuro sostenibile proposte chiare e fattibili, credibili e condivisibili, potrà contare su un largo consenso della società così da condizionare, e magari mutare, gli attuali equilibri parlamentari.
In poche parole il PD deve diventare al più presto un vero e proprio partito di massa, non solo virtuale ma tanto radicato nel territorio quanto ramificato in tutti gli ambiti dell’idealità e della progettualità politica. Unico modo per contrastare un sistema dell’informazione sempre più univoco ed omologato.
E, se vorrà e ne sarà capace, a dargli una mano potrebbe essere paradossalmente proprio questo nuovo clima politico improntato al dialogo e allo scambio di ragionevolezze.
Perché gli slogan da soli bastano fino a un certo punto, poi conta la sostanza. E la sostanza consiste, dati alla mano, nel dimostrare quanto sia scellerato il ritorno al nucleare. Perché con quell’enormità di denaro necessario per realizzarlo si può finanziare in alternativa e da subito un intero programma per le energie pulite e rinnovabili, con la medesima resa energetica e in tempi senz’altro inferiori. Perché le fonti alternative creano più occupazione. Perché non si considerano i costi per lo smaltimento delle scorie e tantomeno il loro impatto ambientale. Perché non si tiene conto che alla forte sismicità del nostro territorio si accompagna un sempre più diffuso dissesto idrogeologico. Perché la logica dei megaimpianti non paga più nemmeno in termini di sicurezza militare. Perché l’Italia è il paese delle lenzuola stese ogni cento metri e a nulla varranno ipotetiche distanze di sicurezza. Perché quel resto del mondo sempre portato a modello da inseguire ha scelto e sta scegliendo ben altre opzioni.
Ma per compiere questa doverosa impresa, il PD dovrà sciogliere al più presto diverse contraddizioni. Primo, guardandosi da certi portatori (mal)sani di nuclearismo camuffati da benefattrici sirene progressiste che allignano al suo interno. Secondo, recuperando il dialogo con il popolo della sinistra che sarà pure privo di rappresentanza ma non è affatto scomparso. Non so se ce la farà da solo e solo grazie a chi, al suo interno, condivide le mie opinioni. Toccherà anche alla sinistra ecologista darsi da fare perché questa è materia propria del suo DNA, perché deve trovare assolutamente una sponda istituzionale, perché nel frattempo avrà metabolizzato la sconfitta e compreso che la politica non è fatta di soli slogan, pure giusti, ma anche dalla difficile arte della gradualità paziente che, di questi tempi, è più che mai necessaria virtù lungimirante.
(Fabio Lazzaroni)
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Il primo avvertimento della Commissione europea per la mancata adozione da parte della Regione Lazio del piano di gestione dei rifiuti è partito (scheda in basso). E non è un bel segnale. O forse si, dipende. Non lo è perché di fatto ratifica un’assenza di scelte strategiche che si trascina da troppo tempo e che rischia di gettare il Lazio nell’emergenza. Segnale positivo, invece, perché ora, finalmente, una decisione concreta dovrà pur essere presa.
Nei giorni scorsi si è parlato di un piano (http://roma.repubblica.it/dettaglio/Lazio-emergenza-rifiuti-il-piano-segreto-della Regione/1460100) basato sul completamento per settembre del termovalorizzatore di Malagrotta, la realizzazione di altri tre entro il 2013 e la piena attuazione della raccolta differenziata, attualmente al 12%, valutando la sperimentazione porta a porta in corso a Colli Aniene, Decima e Massimina (http://www.amaroma.it/racc_diff.htm).
I siti per smaltire e trattare i rifiuti (http://www.amaroma.it/presentazione3.htm) presenti nell’area metropolitana non sono più sufficienti. La sola Roma produce ben 4.500 tonnellate al giorno di rifiuti che finiscono per lo più nella inquinante, pluriprorogata e contestatissima (http://it.youtube.com/watch?v=FPqYz7fyIzo) discarica di Malagrotta, la più grande d’Europa (http://roma.repubblica.it/dettaglio/Malagrotta-maglia-nera-dItalia/1417750).
Se per la differenziata il consenso è generale, per i termovalorizzatori lo è meno e non solo per il no della sinistra ecologista. Qualche distinguo, anche se alla fine poco influirà sulle decisioni finali, potrebbe venire dal PD, stretto tra il promuovere il suo ambientalismo del fare, il timore di una rottura delle sue alleanze locali e un centrodestra più che cosciente di avere la partita in mano. Ma alla stragrande maggioranza degli elettori certi calcoli politici interessano poco. Molto meno qualunquisticamente di quanto si pensi e molto più concretamente credo ritenga che un termovalorizzatore sia comunque più conveniente della tradizionale discarica. Semmai la vera sfida culturale e ambientale è riuscire a produrre meno rifiuti.
(Fabio Lazzaroni)
Scheda
L’art. 228 del Trattato CE, stabilisce che dopo due avvertimenti la Commissione europea può deferire uno Stato membro alla Corte di giustizia e chiedere che gli vengano inflitte ammende per non aver dato piena esecuzione ad una precedente sentenza della Corte stessa.
Nel giugno 2007, con la sentenza pronunciata nella causa C-82/06 a seguito di un ricorso della Commissione, la Corte di giustizia aveva già condannato l’Italia per assenza dei piani di gestione dei rifiuti in alcune regioni e province. Piani obbligatori secondo la direttiva quadro sui rifiuti 2006/12/CE e la direttiva 91/689/CEE sui rifiuti pericolosi.
Successivamente l’Italia ha adottato i piani di gestione per le regioni e province interessate ma non per il Lazio. E quando questa regione ha adottato il suo Piano Rifiuti era ormai troppo tardi e la Commissione non ha potuto che avviare il procedimento di infrazione.
Contrari ai termovalorizzatori
Rete Nazionale Rifiuti Zero
http://www.rrrlazio.it/ATTIVITA/19_maggio.pdf
Rifondazione Comunista
http://leformicherosse.altervista.org/index.php?mod=read&id=1192562915
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